Il supermarket del debito bancario

Photo credits: “Supermarket – South Carolina” , by Donald West, from Flickr

E vaccino fu.

Dopo mesi di attese, finalmente, prende forma il piano vaccinale che, entro il mese di settembre 2021, dovrebbe consentire di metterci l’incubo COVID alle spalle.

Viene da chiedersi, dunque, quale situazione avremo di fronte nel momento in cui potremo smettere di parlare di “economia di sopravvivenza” e cominceremo a parlare seriamente di reboot economy.

Il mio timore è quello di trovarsi di fronte ad una situazione analoga a quella vissuta da molti a ogni fine lockdown, in cui i meno accorti hanno passato il tempo a sfornare torte e pizze fatte in casa, accumulando chili su chili, trovandosi infine a dover rendere conto ad una impietosa bilancia. Cosa c’entra, direte voi. E mica siamo tanto lontani da una situazione del genere. Solo che, anziché parlare di chili di troppo, parliamo di debiti.

 Ebbene, in ambito finanziario, il rischio è quello di trovarsi di fronte ad aziende che hanno accumulato debiti finanziari indotti dalle varie misure di emergenza governative emanate nel corso dei mesi; c’è da immaginare che il peso della “finanza d’urgenza”, cumulato all’aumento dei debiti verso fornitori in seguito al riscadenzamento degli stessi nel periodo emergenziale e alle dilazioni sui debiti fiscali e previdenziali darà luogo, al momento di riavviare i motori, all’ipertrofia della voce “debiti” dello stato patrimoniale.

Con questo non si vuole condannare chi, impossibilitato o fortemente rallentato nel portare avanti la propria attività (es. gestori di palestre, piscine, discoteche, alberghi e ristoranti), si è visto costretto, per tirare avanti, ad aderire ad aiuti finanziari che, in epoca COVID, hanno indubbiamente fatto la differenza tra continuare ad esistere o chiudere bottega.

Ma proviamo a immaginare cosa potrebbe ragionevolmente accadere nei momenti in cui, finalmente, le attività potranno riprendere senza le restrizioni dovute all’emergenza sanitaria.

In primo luogo, che si tratti di azienda industriale o commerciale, si dovrà reimpostare la politica di approvvigionamento scorte.

È ovvia considerazione quella per cui chi si è trovato a subire un rallentamento a causa della crisi sanitaria ha necessariamente ridotto o addirittura azzerato l’acquisto di materie prime o di merci; all’atto della ripartenza, dunque, costoro dovranno programmare cosa e quanto acquistare per rimpinguare il magazzino.

In secondo luogo, è anche ragionevole attendersi un incremento dei crediti verso clienti (a meno che non si parli di commercianti al dettaglio, che incassano a pronti); infatti, la ripresa dell’attività porterà sì un aumento del fatturato, ma è improbabile che si riesca ad incassare prontamente l’intero corrispettivo del venduto; è ragionevole anzi pensare che, per venire incontro alle esigenze di “respiro finanziario” della propria clientela, si possa concedere un maggior numero di giorni di dilazione rispetto all’epoca pre – Covid.

Senza dimenticare il fatto che una parte dei crediti verso clienti già iscritti in bilancio potrebbe essere riferito a una clientela anch’essa in difficoltà a causa delle conseguenze della pandemia e, dunque, potrebbe essere difficilmente recuperabile nell’immediato, causando un aumento dei giorni di dilazione concessi (sempre che non si renda addirittura necessario ricorrere a procedure di recupero).

Ceteribus paribus, eventuali fornitori lasciati in sospeso faranno pressione per rientrare delle proprie spettanze dopo mesi di dilazione concessa in ragione dell’emergenza sanitaria.

Insomma: pur non volendo generalizzare e ammettendo altresì che quello testé illustrato possa considerarsi uno scenario piuttosto pessimistico, in linea generale potremo trovarci in una situazione in cui l’aumento delle scorte e dei crediti verso clienti, se non adeguatamente controbilanciato da un aumento dei debiti verso fornitori, potrebbe tradursi in un aumento del capitale circolante netto operativo.

E l’aumento di CCNO, si sa, va finanziato.

Infatti, l’aumento dei crediti verso clienti e delle scorte di magazzino assorbe liquidità, mentre l’aumento dei debiti verso fornitori genera liquidità. Se non incassa dai clienti e nel contempo acquista scorte di magazzino, all’imprenditore servono soldi. E dove prende i soldi l’imprenditore? O aumenta i debiti verso fornitori (e quindi non paga subito, ma a 30 – 60 – 90 – 120 gg.) oppure, per  la parte non finanziata dai fornitori, deve correre in banca, sempre che non decida di immettere risorse proprie in azienda.

E la banca, come noto, è un imprenditore fortemente avverso al rischio (tant’è che, come sappiamo, nella maggior parte dei casi si blinda mediante il rilascio di garanzie).

Ebbene, mettiamoci nei panni di chi, in banca, valuterà i documenti che l’imprenditore presenterà all’atto della richiesta di fido per finanziare l’aumento di CCNO. Siamo seri: chi finanzierebbe un’azienda che presenta la voce “debiti” dello stato patrimoniale fortemente appesantita dal susseguirsi di moratorie, da nuovi prestiti contratti nel periodo emergenziali, dal peso schiacciante dei debiti verso fornitori (dovuto al sovrapporsi del riscadenzamento di vecchi debiti e dalla contrazione di nuovi per il riavvio dell’attività) e, diciamolo pure, dalle dilazioni di debiti fiscali e contributivi?

Arrivando al punto, nel corso di questi mesi abbiamo assistito all’incremento dell’indebitamento finanziario delle aziende, indotto magari dalla paura dell’imprenditore di non farcela oppure, semplicemente, dalla facilità di ottenimento derivante dall’emergenza sanitaria in atto in seguito all’introduzione di normative di favore per le imprese, viste come un’opportunità a fronte delle difficoltà che strutturalmente caratterizzano l’accesso al credito in periodi di normalità.

Ebbene, prima o poi i nodi verranno al pettine. La “grande abbuffata” al supermarket del debito bancario degli scorsi mesi, tuttora in essere, potrebbe creare l’effetto distorsivo di appesantire eccessivamente l’impresa di uscite finanziarie future, che oggi non vediamo e che, anzi, trovano una contropartita psicologica proprio nella formula dell’aiuto emergenziale, per cui l’imprenditore è portato a pensare che si tratti di un “regalo di Stato”. Con questo non si vuole demonizzare il ricorso al credito con garanzia pubblica, avviato con i decreti legge “Cura Italia” e “Liquidità” ma, semplicemente, si vuole richiamare l’attenzione ad un uso corretto degli stessi: il ricorso agli aiuti non deve mai prescindere da un’opportuna programmazione finanziaria, di cui abbiamo parlato in un precedente intervento, che va costantemente aggiornata e adeguata alle necessità che di volta in volta emergono.

Il bilancio che verrà

Foto: “Bilancio”, di Clauz, da Flickr

Ultimamente noi commercialisti siamo bombardati, nelle email commerciali e nelle newsletter, da una frase ricorrente: gli effetti della pandemia da COVID 19 sul bilancio 2020.

Ci sarebbe da scrivere e discettare per ore sull’argomento, poiché non v’è dubbio che le misure messe in atto, sia a livello istituzionale, sia a livello di operatività aziendale, abbiano avuto riflessi su molteplici aree del bilancio: sicuramente su quella del conto economico, laddove alcune imprese hanno subito la contrazione dei ricavi mentre altri hanno mantenuto o addirittura incrementato i livelli di fatturato; sul piano dei costi, invece, un’area critica è sicuramente costituita, ad esempio, dai costi del personale: al mantenimento dei livelli occupazionali, coadiuvato dalle misure straordinarie messe in campo dal Governo, spesso ha fatto seguito, per le aziende, l’appesantimento della gestione nel momento in cui dette misure sono venute meno, a causa dei cali di fatturato connessi ad un business che non ripartiva. Altre imprese, invece, hanno assunto nuovo personale proprio sulla scorta degli incrementi di fatturato indotti dalla pandemia (si pensi al settore sanitario, per esempio). In generale, in un modo o nell’altro, è innegabile che la pandemia avrà impatto sull’ultima voce del conto economico: l’utile d’esercizio.

Quelle che seguono, tuttavia, sono riflessioni su quelli che, a parere dello scrivente, saranno gli impatti sulle aree di bilancio maggiormente significative sul piano finanziario, nell’ottica di analisi di un’azienda la cui attività è andata in difficoltà a causa della pandemia.

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DALL’ECONOMIA DI RIPARTENZA A QUELLA DI SOPRAVVIVENZA

Man on a wire – Photo by GJones94 (from Flickr)

In un precedente contributo avevo trattato il tema della Reboot economy, ossia il ripensamento dei modelli di business alla luce dei cambiamenti imposti alla gestione aziendale dalla pandemia da coronavirus, finalizzato a dare continuità all’attività di impresa.

Dopo una tregua di pochi mesi, i recenti provvedimenti governativi hanno previsto la suddivisione dell’Italia in zone differenziate sulla base del maggiore o minore rischio di contagio, nonché l’avvio di nuove procedure di lockdown, ossia di stop forzato delle attività economiche.

Alla luce di ciò, si impone nuovamente una riflessione su come affrontare il futuro, che tenga conto delle nuove e ulteriori perdite che le aziende dovranno sopportare a causa dei mancati ricavi derivanti da una chiusura imposta dal rafforzarsi dei contagi.

Nel presente scritto si vogliono sinteticamente riepilogare quelle che dovranno essere le prossime mosse degli imprenditori e dei loro consulenti al fine di verificare la sostenibilità, soprattutto sul piano finanziario, dell’auspicata continuazione dell’attività. Quali saranno, dunque, i passi da seguire?

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La rivalutazione dei beni d’impresa: influenza sul rating bancario

Photo by Mick Tursky, “building reflection”, from Flickr

Il Decreto Legge 104 del 14 agosto 2020 ha previsto all’art. 110, per le società di capitali che non adottano i principi contabili internazionali nella redazione del bilancio (ma anche per le s.n.c., le s.a.s. e le imprese individuali), la possibilità di rivalutare i beni d’impresa materiali e immateriali e le partecipazioni in società controllate e in società collegate ai sensi dell’art. 2359 c.c. costituenti immobilizzazioni.

La novità che assume valenza dirompente rispetto alle leggi di rivalutazione che si sono susseguite negli ultimi anni non risiede tanto nella ridotta aliquota dell’imposta sostitutiva, necessaria al riconoscimento a fini fiscali della rivalutazione (il 3% anziché il 10-12% previsto dall’ultima legge di bilancio) quanto, piuttosto, nella possibilità di effettuare una rivalutazione anche con effetti esclusivamente civili a prescindere dal riconoscimento fiscale; non accadeva dall’ormai lontano anno 2008. Altra novità di rilievo rispetto al passato è che la rivalutazione non deve più essere necessariamente eseguita per categorie omogenee ma, ai sensi del comma 2 dell’art. 110, può essere effettuata distintamente per ciascun bene;il che significa che l’imprenditore o il manager, in sede di redazione del bilancio, può anche scegliere di rivalutare, nell’ambito della stessa categoria di immobilizzazioni, alcuni beni piuttosto che altri.

La rivalutazione è sottoposta alla condizione per cui i beni che ne costituiscono oggetto devono essere iscritti nel bilancio relativo all’esercizio in corso al 31 dicembre 2019 e andranno rivalutati nel bilancio dell’esercizio successivo (per i soggetti con bilancio coincidente con l’anno solare, quello chiuso al 31 dicembre 2020).

Effettuato dunque il necessario inquadramento normativo, passiamo ad esaminare gli effetti che l’operazione di rivalutazione poc’anzi descritta può avere, se effettuata, sui rating bancari.

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L’utilizzo della PFN come covenant finanziario

Nel precedente articolo ci siamo occupati della posizione finanziaria netta e del suo significato nell’ambito dell’analisi di bilancio; in questo numero vediamo uno dei più significativi utilizzi della PFN. Nella fattispecie, analizziamo l’utilizzo della PFN come indicatore del grado di indebitamento finanziario dell’azienda e vediamo altresì, riallacciandoci a un precedente contributo, come detto indicatore possa essere utilizzato in qualità di covenant finanziario all’atto della sottoscrizione di una linea di credito bancaria.

Ebbene, una volta riclassificato lo stato patrimoniale con criteri funzionali, una delle modalità di espressione del grado di indebitamento finanziario deriva dal rapporto tra posizione finanziaria netta e patrimonio netto (o equity):

PFN/E

Sovente accade che detto indicatore venga utilizzato nell’ambito della concessione di linee di credito d’importo rilevante a medio-lungo termine; più in dettaglio, in tali circostanze la banca esige che, data l’entità della cifra mutuata, il livello di indebitamento complessivo dell’azienda non superi, nel tempo, una determinata percentuale rispetto ai mezzi propri, in quanto detto superamento sfocerebbe in gravosi squilibri finanziari, tali da rendere difficoltosa la restituzione del prestito concesso.

Per cautelarsi da situazioni del genere, dunque, all’atto della concessione del credito l’istituto bancario pretende la sottoscrizione di un apposito contratto (covenant) in cui viene stabilita una condizione tale che, in caso di superamento delle percentuali di indebitamento indicate nel contratto, la banca abbia titolo per chiedere il rientro delle somme concesse.

Posta in questi termini la questione, non sembrerebbe esserci, per il Commercialista, un rilevante impegno sul piano professionale; in realtà è proprio qui che diviene determinante l’apporto del consulente aziendale, che si esplica nel far sì che, nella stipula del covenant, vengano inclusi gli elementi che possono volgere il rapporto di indebitamento a favore del proprio cliente, in modo tale che vengano tenuti in dovuta considerazione gli asset che riducono il livello di indebitamento, al di là di quelli che sono i meri valori contabili ritraibili dal bilancio.

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La posizione finanziaria netta

La crisi finanziaria globale degli anni 2008 – 2010 ha condotto la dottrina aziendalistica ad attribuire una sempre maggiore rilevanza agli indici di performance finanziaria di bilancio, sia a seguito delle restrizioni sul merito creditizio conseguenti agli accordi interbancari di Basilea, sia a causa dell’elevato numero di fallimenti registratisi a partire dal suddetto periodo, fenomeno quest’ultimo che ha condotto in tempi recenti all’elaborazione dei segnali di emersione precoce della crisi aziendale.

In quest’ottica, nel corso degli anni è stata attribuita crescente considerazione, nelle analisi di bilancio, alla posizione finanziaria netta, oggetto di un interessante studio della Fondazione Nazionale Commercialisti.

Il presente contributo vuole definire, in termini estremamente pratici, le finalità e l’utilizzo del suddetto indicatore.

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REBOOT

Immagine tratta dal sito picjumbo.com

Nel linguaggio informatico, il termine “reboot” indica il riavvio di un computer, spesso in seguito a un malfunzionamento che ne impedisce la continuità lavorativa; il termine si è affermato con un significato simile anche in campo cinematografico, in riferimento ai film di successo che hanno avuto uno o più seguiti, allorquando viene meno la continuità della precedente serie per ricreare nuovamente la storia originaria, con gli stessi personaggi ma con uno svolgimento degli eventi narrati in modo del tutto o in parte differente.

Insomma, reboot significa ricominciare da capo.

Come molti avranno già intuito, l’emergenza da COVID – 19 a cui stiamo assistendo in questi giorni ci costringerà a breve ad un vero e proprio reboot del contesto sociale ed economico.

In questo articolo si vuole fornire una personale analisi del system reboot a cui assisteremo nei prossimi giorni nel campo economico aziendale, con le conseguenti ricadute con riferimento al finanziamento degli investimenti.

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Gli indicatori di allerta della crisi d’impresa (parte terza)

“Money shortage concept”, by Marco Verch

Nei precedenti contributi abbiamo analizzato gli indici di allerta elaborati dal Consiglio nazionale dei dottori commercialisti ed esperti contabili per le imprese “in continuità”; tuttavia, la lettura dell’art. 13 del D. Lgs. 14/2019, al secondo comma, ci pone di fronte al fatto che il CNDCEC è chiamato ad elaborare indici specifici con riferimento:

  • alle start-up innovative
  • alle PMI innovative
  • alle società in liquidazione
  • alle imprese costituite da meno di due anni.

Andiamo ad esaminarli.

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Gli indicatori di allerta della crisi d’impresa (parte seconda)

Fonte: Il Sole 24 Ore

Riprendendo la disamina svolta nel precedente articolo, abbiamo visto come gli indicatori di allerta della crisi d’impresa siano stati organizzati nel documento elaborato dal CNDCEC in una forma gerarchica: più di preciso, vanno tenuti in considerazione nel seguente ordine:

  • Patrimonio netto (se negativo scatta l’allerta; se positivo si valuta il DSCR);
  • Debt service coverage ratio (se < 1 scatta l’allerta).

Tuttavia, il CNDEC ha previsto che possano sussistere ipotesi in cui il DSCR possa essere non disponibile oppure ritenuto non sufficientemente affidabile per la inadeguata qualità dei dati prognostici (il tutto, a parere di chi scrive, anche in considerazione della non facile procedura di calcolo dell’indice); orbene, in tal caso si fa ricorso ai valori soglia degli indici settoriali.

In parole più semplici, in alternativa al DSCR si adottano cinque indici, i cui valori di riferimento sono differenziati a seconda del settore di attività. Andiamo a esaminarli:

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