L’utilizzo della PFN come covenant finanziario

Nel precedente articolo ci siamo occupati della posizione finanziaria netta e del suo significato nell’ambito dell’analisi di bilancio; in questo numero vediamo uno dei più significativi utilizzi della PFN. Nella fattispecie, analizziamo l’utilizzo della PFN come indicatore del grado di indebitamento finanziario dell’azienda e vediamo altresì, riallacciandoci a un precedente contributo, come detto indicatore possa essere utilizzato in qualità di covenant finanziario all’atto della sottoscrizione di una linea di credito bancaria.

Ebbene, una volta riclassificato lo stato patrimoniale con criteri funzionali, una delle modalità di espressione del grado di indebitamento finanziario deriva dal rapporto tra posizione finanziaria netta e patrimonio netto (o equity):

PFN/E

Sovente accade che detto indicatore venga utilizzato nell’ambito della concessione di linee di credito d’importo rilevante a medio-lungo termine; più in dettaglio, in tali circostanze la banca esige che, data l’entità della cifra mutuata, il livello di indebitamento complessivo dell’azienda non superi, nel tempo, una determinata percentuale rispetto ai mezzi propri, in quanto detto superamento sfocerebbe in gravosi squilibri finanziari, tali da rendere difficoltosa la restituzione del prestito concesso.

Per cautelarsi da situazioni del genere, dunque, all’atto della concessione del credito l’istituto bancario pretende la sottoscrizione di un apposito contratto (covenant) in cui viene stabilita una condizione tale che, in caso di superamento delle percentuali di indebitamento indicate nel contratto, la banca abbia titolo per chiedere il rientro delle somme concesse.

Posta in questi termini la questione, non sembrerebbe esserci, per il Commercialista, un rilevante impegno sul piano professionale; in realtà è proprio qui che diviene determinante l’apporto del consulente aziendale, che si esplica nel far sì che, nella stipula del covenant, vengano inclusi gli elementi che possono volgere il rapporto di indebitamento a favore del proprio cliente, in modo tale che vengano tenuti in dovuta considerazione gli asset che riducono il livello di indebitamento, al di là di quelli che sono i meri valori contabili ritraibili dal bilancio.

Scendiamo nei dettagli: in primo luogo esaminiamo gli elementi di cui la banca pretende l’inclusione nel calcolo dell’indice di indebitamento sopraindicato.

Innanzitutto, nel determinare la posizione finanziaria netta, la banca richiederà di inserire anche i debiti per la quota capitale residua degli eventuali canoni di leasing a scadere; in tal modo, al di là di quelli che sono i livelli di indebitamento risultanti dallo stato patrimoniale, la PFN verrà “aggravata” dei debiti verso le società di leasing che nei bilanci OIC non vengono contabilizzati (a causa dell’ormai obsoleto criterio di contabilizzazione patrimoniale del leasing); del resto lo stesso principio contabile OIC 6 include detti debiti nel calcolo della posizione finanziaria netta. In tal modo, il numeratore del rapporto aumenta, peggiorando l’indice di indebitamento finanziario.

Ancora, la banca pretenderà che, al denominatore, venga indicato il cosiddetto patrimonio netto “tangibile”, ossia depurato da tutti gli investimenti in immobilizzazioni immateriali (quali ad esempio oneri pluriennali, migliorie su immobili di terzi) che non hanno un valore di mercato oggettivamente misurabile (come invece accade, ad esempio, per marchi, brevetti e avviamento). In tal modo, il denominatore diminuisce, deprimendo ancor più il valore dell’indicatore in esame.

Di fronte a questo scenario pessimistico, è compito del Commercialista partecipare alla negoziazione tra banca e impresa, contribuendo al miglioramento dell’indice; vediamo in che modo.

Innanzitutto, l’apporto del consulente si esplica nell’inclusione, al denominatore, di tutte le voci di patrimonio netto “sostanziale”, quali, ad esempio, i finanziamenti dei soci postergati ex art. 2467 c.c.; tanto maggiore sarà stato, all’atto della sottoscrizione del finanziamento, il ricorso della società a finanziamenti dei soci, tanto più sarà il contributo di detta voce all’incremento del denominatore, che dunque contribuisce a ridurre l’indice di indebitamento. A costo di rasentare l’ovvio, tuttavia, va fatta una precisazione: in presenza di dette tipologie di finanziamento, le stesse saranno incluse nel patrimonio netto sostanziale poc’anzi esplicato, a condizione che nel covenant sia previsto il divieto di restituzione per tutta la durata della linea di credito accordata (e non potrebbe essere diversamente; in caso contrario la banca potrebbe arrivare anche a rifiutare la concessione del prestito).

Continuando, l’apporto del Commercialista dovrà fare in modo che nel valore del patrimonio netto inserito al denominatore vengano incluse, altresì, le riserve latenti derivanti dalla differenza tra il valore di mercato degli asset inclusi nell’attivo e il costo storico al netto degli ammortamenti; si pensi, ad esempio, al maggior valore di un fabbricato rispetto a quanto riportato in bilancio. Ovviamente, tale maggior valore dovrà essere quantificato, ad esempio, mediante il ricorso ad una perizia giurata da parte di uno specialista (allo scopo di soddisfare l’esigenza di certezze della banca). Rifacendoci alle norme di rivalutazione dei beni che si sono susseguite nelle varie leggi di bilancio da ormai oltre dieci anni, va da sé che il lavoro, in tal senso, è stato notevolmente semplificato per le imprese che hanno già colto l’opportunità offerta.

Ancora, nel patrimonio netto sostanziale andranno incluse le garanzie esterne prestate a favore dell’impresa affidata, quali ad esempio eventuali fideiussioni concesse dai soci; anche in tal caso, andrà quantificato il valore minimo attribuibile al patrimonio del garante, al fine di inserire al denominatore un addendo caratterizzato da ragionevole certezza.

Le accortezze fin qui esaminate consentono, com’è ovvio, di ridurre il quoziente esaminato e, dunque, il grado di indebitamento sostanziale dell’impresa; di conseguenza, il risultato scaturente dall’indice utilizzato nei covenant verrà ricondotto al suo reale valore. L’azienda finanziata potrà così beneficiare di una maggiore tranquillità gestionale, riducendo il rischio di richieste di rientro da parte della banca nel caso in cui i risultati di bilancio determinassero un peggioramento dell’indice di indebitamento.

È infine il caso di osservare che quanto finora esposto evidenzia, ancora una volta, il reale apporto consulenziale del professionista, che non si limita alla mera redazione del bilancio e delle sue riclassificazioni, ma proprio da queste prende le mosse per fornire un servizio di alto profilo.

La posizione finanziaria netta

La crisi finanziaria globale degli anni 2008 – 2010 ha condotto la dottrina aziendalistica ad attribuire una sempre maggiore rilevanza agli indici di performance finanziaria di bilancio, sia a seguito delle restrizioni sul merito creditizio conseguenti agli accordi interbancari di Basilea, sia a causa dell’elevato numero di fallimenti registratisi a partire dal suddetto periodo, fenomeno quest’ultimo che ha condotto in tempi recenti all’elaborazione dei segnali di emersione precoce della crisi aziendale.

In quest’ottica, nel corso degli anni è stata attribuita crescente considerazione, nelle analisi di bilancio, alla posizione finanziaria netta, oggetto di un interessante studio della Fondazione Nazionale Commercialisti.

Il presente contributo vuole definire, in termini estremamente pratici, le finalità e l’utilizzo del suddetto indicatore.

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REBOOT

Immagine tratta dal sito picjumbo.com

Nel linguaggio informatico, il termine “reboot” indica il riavvio di un computer, spesso in seguito a un malfunzionamento che ne impedisce la continuità lavorativa; il termine si è affermato con un significato simile anche in campo cinematografico, in riferimento ai film di successo che hanno avuto uno o più seguiti, allorquando viene meno la continuità della precedente serie per ricreare nuovamente la storia originaria, con gli stessi personaggi ma con uno svolgimento degli eventi narrati in modo del tutto o in parte differente.

Insomma, reboot significa ricominciare da capo.

Come molti avranno già intuito, l’emergenza da COVID – 19 a cui stiamo assistendo in questi giorni ci costringerà a breve ad un vero e proprio reboot del contesto sociale ed economico.

In questo articolo si vuole fornire una personale analisi del system reboot a cui assisteremo nei prossimi giorni nel campo economico aziendale, con le conseguenti ricadute con riferimento al finanziamento degli investimenti.

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Gli indicatori di allerta della crisi d’impresa (parte terza)

“Money shortage concept”, by Marco Verch

Nei precedenti contributi abbiamo analizzato gli indici di allerta elaborati dal Consiglio nazionale dei dottori commercialisti ed esperti contabili per le imprese “in continuità”; tuttavia, la lettura dell’art. 13 del D. Lgs. 14/2019, al secondo comma, ci pone di fronte al fatto che il CNDCEC è chiamato ad elaborare indici specifici con riferimento:

  • alle start-up innovative
  • alle PMI innovative
  • alle società in liquidazione
  • alle imprese costituite da meno di due anni.

Andiamo ad esaminarli.

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Gli indicatori di allerta della crisi d’impresa (parte seconda)

Fonte: Il Sole 24 Ore

Riprendendo la disamina svolta nel precedente articolo, abbiamo visto come gli indicatori di allerta della crisi d’impresa siano stati organizzati nel documento elaborato dal CNDCEC in una forma gerarchica: più di preciso, vanno tenuti in considerazione nel seguente ordine:

  • Patrimonio netto (se negativo scatta l’allerta; se positivo si valuta il DSCR);
  • Debt service coverage ratio (se < 1 scatta l’allerta).

Tuttavia, il CNDEC ha previsto che possano sussistere ipotesi in cui il DSCR possa essere non disponibile oppure ritenuto non sufficientemente affidabile per la inadeguata qualità dei dati prognostici (il tutto, a parere di chi scrive, anche in considerazione della non facile procedura di calcolo dell’indice); orbene, in tal caso si fa ricorso ai valori soglia degli indici settoriali.

In parole più semplici, in alternativa al DSCR si adottano cinque indici, i cui valori di riferimento sono differenziati a seconda del settore di attività. Andiamo a esaminarli:

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Gli indicatori di allerta della crisi d’impresa (parte prima)

foto di “David”, estratta da Flickr

Dopo lunghe attese e curiosità da parte degli operatori, il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili ha finalmente pubblicato il documento contenente gli indicatori di allerta per la prevenzione della crisi d’impresa, previsto dall’articolo 13 del nuovo Codice della crisi e dell’insolvenza (D. Lgs. 14 del 12/01/2019). Come previsto dalla norma, gli indici così elaborati dovranno essere successivamente approvati con decreto del Ministero dello Sviluppo Economico.

Com’era ampiamente previsto, gli indici in parola hanno stretta attinenza all’analisi della situazione finanziaria; del resto, come recita un vecchio adagio diffuso tra i commercialisti, “i bilanci si redigono per competenza, i fallimenti si fanno per cassa”. Vale a dire che, nella crisi d’impresa, l’aspetto finanziario è preponderante rispetto a quello economico; un’azienda con buona redditività ma con difficoltà finanziarie potrebbe benissimo trovarsi in situazioni di crisi anche in presenza di incrementi di fatturato.

Nel presente contributo, dunque, si cercheranno di illustrare sinteticamente gli indici elaborati dal CNDCEC, in pendenza di approvazione da parte del Ministero, cercando di razionalizzare e semplificare i concetti esposti nel documento rilasciato il 27 ottobre scorso. La trattazione verterà, in questa sede, sugli indici relativi alle imprese in continuità, rinviando, eventualmente, ad un successivo contributo la trattazione dei cosiddetti indici specifici, riferiti alle start – up e alle PMI innovative, alle società in liquidazione e a quelle costituite da meno di due anni.

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La nuova nozione di debitore in default per il sistema bancario

Photo by Mike Cohen https://creditscoregeek.com

Con il Regolamento delegato (UE) n. 171 del 19 ottobre 2017 sono stati fissati i nuovi parametri della soglia di rilevanza per il sistema bancario ai fini della classificazione in default del cliente, che dovranno essere applicati entro il 01/01/2021.

Andiamo dritti al punto: le nuove regole, come è facile immaginare, prevedono una maggiore rigidità nei confronti delle esposizioni in past due, ossia scadute da oltre 90 giorni. Vediamo sinteticamente cosa cambia. Continue reading

Le forme alternative di garanzia: il Fondo “Legge 662” e i confidi

 In precedenti post abbiamo analizzato le forme di garanzia richieste dalla banca in base alla correlazione tra probabilità di default (PD) e rischio di perdita del capitale affidato (loss given default, LGD).

Abbiamo visto come i clienti della banca di fascia medio bassa (alta PD, bassa LGD) possano ottenere credito bancario se dispongono di patrimoni personali sufficienti a coprire il rischio di perdita del capitale, anche in presenza di un’elevata PD; in tal caso le garanzie richieste dalla banca saranno di tipo fideiussorio oppure ipotecario o pignoratizio. Ancora, abbiamo visto come i clienti di fascia alta (bassa PD, alta LGD) possano ricorrere ai covenants, senza rilascio di garanzie personali o reali.

Ora ci occupiamo dei clienti di fascia intermedia (bassa PD, bassa LGD), ossia di coloro che, pur caratterizzati da una bassa possibilità di fallimento dell’iniziativa economica non dispongono, tuttavia, di patrimoni capienti per coprire il rischio di perdita del capitale affidato. In questo caso, la mitigazione del suddetto rischio avverrà tramite forme di garanzia “alternative”, nel caso di specie tramite il Fondo Legge 662/1996 istituito presso il Mediocredito Centrale e tramite i Consorzi di garanzia fidi. Continue reading

Le forme alternative di garanzia: i covenants

Nel precedente intervento abbiamo visto come, in presenza di bassi livelli di probabilità di default (PD) e di loss given default (LGD), la rilevanza delle garanzie personali e reali rilasciabili dal richiedente divenga meno determinante, per la banca, al fine della concessione del prestito.
Qualcuno si domanderà: ma è possibile che la banca rinunci completamente alla tutela dei finanziamenti da erogare? Certo che no!
Quando il potere contrattuale del richiedente è tale da non doversi necessariamente tradurre nel rilascio di garanzie reali o personali, le tutele per la banca assumono forme alternative: a tal riguardo, vale la pena di soffermarsi sui covenants. Continue reading

Perchè la banca ricorre alla richiesta di garanzie?

Ho notato (con una certa soddisfazione, non lo nego) che, a distanza di tempo, il post in tema di garanzie richieste dalla banca continua a essere oggetto di attenzione da parte dei lettori del sito, che mi richiedono numerosi chiarimenti in merito.

Non riuscendo per ovvi motivi di tempo (devo pur lavorare!) a rispondere a tutti in tempo reale, ho deciso di ritornare sull’argomento con un approfondimento.

Come già spiegato a suo tempo, per l’imprenditore che agisce utilizzando la forma giuridica della società di capitali, la richiesta della banca di fornire garanzie a fronte dei finanziamenti concessi equivale a una distorsione. Le S.r.l. e le S.p.A., infatti, sono caratterizzate dalla limitazione della responsabilità per le obbligazioni assunte al solo patrimonio della società; i soci la costituiscono proprio con questo preciso scopo, al fine di evitare il coinvolgimento del proprio patrimonio personale nelle vicende aziendali.

E allora, ci si domanda, che senso ha garantire i debiti di una S.r.l. o di una S.p.A. mediante fideiussione dei soci?
Occorre, pertanto, impostare una precisa strategia di limitazione dei rischi derivanti dal rilascio di garanzie conseguenti all’ottenimento di credito bancario. Ma ciò, si ripete ancora una volta, è possibile solo attraverso un’oculata gestione aziendale. Vediamo perchè. Continue reading