Il bilancio che verrà

Bilancio”, di Clauz, da Flickr

Ultimamente noi commercialisti siamo bombardati, nelle email commerciali e nelle newsletter, da una frase ricorrente: gli effetti della pandemia da COVID 19 sul bilancio 2020.

Ci sarebbe da scrivere e discettare per ore sull’argomento, poiché non v’è dubbio che le misure messe in atto, sia a livello istituzionale, sia a livello di operatività aziendale, abbiano avuto riflessi su molteplici aree del bilancio: sicuramente su quella del conto economico, laddove alcune imprese hanno subito la contrazione dei ricavi mentre altri hanno mantenuto o addirittura incrementato i livelli di fatturato; sul piano dei costi, invece, un’area critica è sicuramente costituita, ad esempio, dai costi del personale: al mantenimento dei livelli occupazionali, coadiuvato dalle misure straordinarie messe in campo dal Governo, spesso ha fatto seguito, per le aziende, l’appesantimento della gestione nel momento in cui dette misure sono venute meno, a causa dei cali di fatturato connessi ad un business che non ripartiva. Altre imprese, invece, hanno assunto nuovo personale proprio sulla scorta degli incrementi di fatturato indotti dalla pandemia (si pensi al settore sanitario, per esempio). In generale, in un modo o nell’altro, è innegabile che la pandemia avrà impatto sull’ultima voce del conto economico: l’utile d’esercizio.

Quelle che seguono, tuttavia, sono riflessioni su quelli che, a parere dello scrivente, saranno gli impatti sulle aree di bilancio maggiormente significative sul piano finanziario, nell’ottica di analisi di un’azienda la cui attività è andata in difficoltà a causa della pandemia.

E si comincia con il concetto di continuità aziendale.

Il decreto “Liquidità” ha modificato, per il periodo dell’emergenza epidemiologica, i criteri di redazione del bilancio a tal riguardo; in sintesi, in base a tale norma, la continuità aziendale (per i soggetti “solari”) verrà valutata come sussistente al 31/12/2020 se essa risulta già dal bilancio di esercizio chiuso al 31/12/2019. In altre parole, la ratio di tale norma è quella di specificare che la pandemia da COVID ha prodotto una situazione di eccezionalità talmente generalizzata che i suoi impatti negativi sulla gestione aziendale non possono essere considerati causa del venir meno della continuità aziendale. Ciò, tuttavia, a condizione che la continuità stessa fosse sussistente già prima dell’esplodere della pandemia: è ovvio che di ciò vada data adeguata informativa in nota integrativa. Sul piano dei principi contabili, ciò è espressamente previsto dal documento interpretativo n. 6 dell’OIC, in base al quale “la società che si avvale della deroga prevista dalla norma fornisce informazioni della scelta fatta nelle politiche contabili ai sensi del punto 1) dell’articolo 2427 del codice civile”. Nella nota integrativa andranno descritte, inoltre, “le significative incertezze in merito alla capacità dell’azienda di continuare a costituire un complesso economico funzionante destinato alla produzione di reddito per un prevedibile arco temporale futuro relativo a un periodo di almeno dodici mesi dalla data di riferimento del bilancio. Pertanto, nella nota integrativa dovranno essere fornite le informazioni relative ai fattori di rischio, alle assunzioni effettuate e alle incertezze identificate, nonché ai piani aziendali futuri per far fronte a tali rischi ed incertezze. Inoltre, nei casi in cui, nell’arco temporale futuro di riferimento, non si ritenga sussistano ragionevoli alternative alla cessazione dell’attività, nella nota integrativa sono descritte tali circostanze e, per quanto possibile e attendibile, i prevedibili effetti che esse potrebbero produrre sulla situazione patrimoniale ed economica della società”. Si comprende appieno, pertanto, come sia precisa responsabilità della direzione aziendale effettuare l’analisi di break even economico e finanziario già discussa nel precedente contributo, al fine di elaborare oggettive ipotesi sulla continuità aziendale post – COVID; in pratica, la normativa e i principi contabili sembrano voler dire agli amministratori di società: “per quest’anno ti salviamo noi, ma o intraprendi da subito le azioni opportune, oppure chiudi l’attività. Se il tuo business non sta più in piedi, danneggi quelli a cui devi dei soldi”.

Di particolare importanza, poi, sarà l’area del patrimonio netto: quali sono i metodi per irrobustire tale voce di bilancio e renderla meno vulnerabile alle perdite attese dalla situazione contingente?

In primis va valutata l’opportunità di ricorrere ad aumenti di capitale, anche (e soprattutto) per rafforzare la liquidità e reperire capitali che non vadano ad appesantire l’esposizione debitoria, destinata ad assumere una dimensione critica a causa del particolare periodo che stiamo vivendo. Ricordiamo, a tal proposito, che il Decreto “Rilancio” ha previsto, per le società di capitali che abbiano subito nei mesi di marzo e aprile 2020 una riduzione complessiva in misura non inferiore al 33% dell’ammontare dei ricavi rispetto allo stesso periodo del 2019, un bonus a titolo di credito d’imposta pari al 20% in capo ai soci e, in capo all’azienda, del 50% delle perdite eccedenti il 10% del patrimonio netto, calcolato al lordo delle perdite stesse, fino a concorrenza del 30% dell’aumento di capitale per gli aumenti di capitale a pagamento integralmente versati entro il 31.12.2020 e non inferiori a 250.000 euro (per aziende con almeno 5 milioni di euro di fatturato).

Ricordiamo, inoltre, la possibilità di effettuare la rivalutazione dei beni aziendali, anche ai soli fini civilistici e senza che sia obbligatorio il versamento dell’imposta per il relativo riconoscimento fiscale; ne conseguirà, ovviamente, il miglioramento di tutti gli indici patrimoniali esposti nella relazione sulla gestione collegati all’entità del patrimonio netto (sul punto, si rimanda a un precedente contributo).

Ancora, in sede di conversione in legge del Decreto “Agosto” è stata introdotta la possibilità, per i soggetti non IAS, di non effettuare, in tutto o in parte, gli ammortamenti dell’esercizio 2020, allungando pertanto, di diritto, la vita utile dei cespiti. I soggetti che si avvalgono di questa facoltà dovranno tuttavia destinare a una riserva indisponibile gli utili corrispondenti alle quote di ammortamento non effettuate e dovranno dare conto in nota integrativa delle ragioni della deroga, indicando l’importo della riserva indisponibile e l’influenza del mancato ammortamento sulla situazione patrimoniale, finanziaria e sul risultato economico dell’esercizio. Atteso il fatto che, in ogni caso, sarà possibile dedurre fiscalmente gli ammortamenti non esposti in bilancio, si rammenta che l’adozione della misura comporterà altresì, obbligatoriamente, l’esposizione di imposte differite.

E arriviamo all’aspetto più delicato: i debiti.

È ragionevole ipotizzare che il bilancio 2020 delle aziende colpite dalla pandemia sarà caratterizzato da una notevole espansione dell’esposizione debitoria e ciò per un motivo molto semplice: da quando esiste il mondo, un’azienda in crisi di liquidità attinge, nell’ordine, alle seguenti fonti:

– aumento dell’indebitamento bancario (favorito, nel caso specifico, dalle moratorie bancarie e dall’ottenimento di nuova finanza in seguito alle misure del Decreto “Liquidità”); finché l’azienda è valutata come solvibile, le banche erogano credito;

– aumento dell’indebitamento fiscale e contributivo (quando le banche non danno più soldi, si tende a ritardare i pagamenti ai soggetti più “pazienti”);

– aumento o stagnazione dell’indebitamento verso i fornitori, per il rinvio o riscadenzamento (“autorizzato” o per libera iniziativa dell’imprenditore) dei pagamenti;

– aumento dell’indebitamento verso il personale dipendente.

Dalla lettura di quanto precede, nell’ottica del monitoraggio della continuità aziendale, al fine di fare emergere tempestivamente situazioni di potenziale criticità, è immediato comprendere che il debito di natura finanziaria non dovrà eccedere i limiti “fisiologici”; infatti, l’aumento progressivo delle altre voci debitorie, come detto, si ha quando le banche non erogano più credito, ed è indice progressivo del grado di decozione aziendale.

Come monitorare correttamente, dunque, il debito finanziario? Il primo passo da compiere è quello di riclassificare lo stato patrimoniale con criteri funzionali, ossia distinguendo le voci correnti da quelle non correnti (e non dunque, paradossalmente, con criteri finanziari, ossia in base al grado di liquidità o esigibilità crescente); in tal modo sarà possibile calcolare il dato principale di riferimento: la posizione finanziaria netta (vedi Il Valore della professione nn. 53/54).

È inoltre buona prassi effettuare altresì la riclassificazione a valore aggiunto del conto economico, per calcolare l’EBITDA.

Fatto ciò, occorre procedere, quantomeno, al calcolo di due indici fondamentali:

  • PFN/E o Debt Equity Ratio, che mette a confronto la PFN (nella sua accezione “allargata”, che include anche i debiti per leasing) con il valore del patrimonio netto; al crescere dell’indice peggiora la solidità aziendale;
  • PFN/EBITDA, che ci mette in condizione di valutare la sostenibilità del debito in base al cash flow lordo prodotto dalla gestione aziendale. Più questo valore risulta contenuto, più i flussi di cassa saranno in grado di ripagare il capitale preso a prestito.

In conclusione, il bilancio 2020 dovrà essere caratterizzato da un livello di informativa finanziaria più elevato del solito; occorre da subito prenderne atto e tenersi pronti ad affrontare consapevolmente la redazione dei relativi documenti.

DALL’ECONOMIA DI RIPARTENZA A QUELLA DI SOPRAVVIVENZA

Man on a wire – Photo by GJones94 (from Flickr)

In un precedente contributo avevo trattato il tema della Reboot economy, ossia il ripensamento dei modelli di business alla luce dei cambiamenti imposti alla gestione aziendale dalla pandemia da coronavirus, finalizzato a dare continuità all’attività di impresa.

Dopo una tregua di pochi mesi, i recenti provvedimenti governativi hanno previsto la suddivisione dell’Italia in zone differenziate sulla base del maggiore o minore rischio di contagio, nonché l’avvio di nuove procedure di lockdown, ossia di stop forzato delle attività economiche.

Alla luce di ciò, si impone nuovamente una riflessione su come affrontare il futuro, che tenga conto delle nuove e ulteriori perdite che le aziende dovranno sopportare a causa dei mancati ricavi derivanti da una chiusura imposta dal rafforzarsi dei contagi.

Nel presente scritto si vogliono sinteticamente riepilogare quelle che dovranno essere le prossime mosse degli imprenditori e dei loro consulenti al fine di verificare la sostenibilità, soprattutto sul piano finanziario, dell’auspicata continuazione dell’attività. Quali saranno, dunque, i passi da seguire?

Continue reading

La rivalutazione dei beni d’impresa: influenza sul rating bancario

Photo by Mick Tursky, “building reflection”, from Flickr

Il Decreto Legge 104 del 14 agosto 2020 ha previsto all’art. 110, per le società di capitali che non adottano i principi contabili internazionali nella redazione del bilancio (ma anche per le s.n.c., le s.a.s. e le imprese individuali), la possibilità di rivalutare i beni d’impresa materiali e immateriali e le partecipazioni in società controllate e in società collegate ai sensi dell’art. 2359 c.c. costituenti immobilizzazioni.

La novità che assume valenza dirompente rispetto alle leggi di rivalutazione che si sono susseguite negli ultimi anni non risiede tanto nella ridotta aliquota dell’imposta sostitutiva, necessaria al riconoscimento a fini fiscali della rivalutazione (il 3% anziché il 10-12% previsto dall’ultima legge di bilancio) quanto, piuttosto, nella possibilità di effettuare una rivalutazione anche con effetti esclusivamente civili a prescindere dal riconoscimento fiscale; non accadeva dall’ormai lontano anno 2008. Altra novità di rilievo rispetto al passato è che la rivalutazione non deve più essere necessariamente eseguita per categorie omogenee ma, ai sensi del comma 2 dell’art. 110, può essere effettuata distintamente per ciascun bene;il che significa che l’imprenditore o il manager, in sede di redazione del bilancio, può anche scegliere di rivalutare, nell’ambito della stessa categoria di immobilizzazioni, alcuni beni piuttosto che altri.

La rivalutazione è sottoposta alla condizione per cui i beni che ne costituiscono oggetto devono essere iscritti nel bilancio relativo all’esercizio in corso al 31 dicembre 2019 e andranno rivalutati nel bilancio dell’esercizio successivo (per i soggetti con bilancio coincidente con l’anno solare, quello chiuso al 31 dicembre 2020).

Effettuato dunque il necessario inquadramento normativo, passiamo ad esaminare gli effetti che l’operazione di rivalutazione poc’anzi descritta può avere, se effettuata, sui rating bancari.

Continue reading

L’utilizzo della PFN come covenant finanziario

Nel precedente articolo ci siamo occupati della posizione finanziaria netta e del suo significato nell’ambito dell’analisi di bilancio; in questo numero vediamo uno dei più significativi utilizzi della PFN. Nella fattispecie, analizziamo l’utilizzo della PFN come indicatore del grado di indebitamento finanziario dell’azienda e vediamo altresì, riallacciandoci a un precedente contributo, come detto indicatore possa essere utilizzato in qualità di covenant finanziario all’atto della sottoscrizione di una linea di credito bancaria.

Ebbene, una volta riclassificato lo stato patrimoniale con criteri funzionali, una delle modalità di espressione del grado di indebitamento finanziario deriva dal rapporto tra posizione finanziaria netta e patrimonio netto (o equity):

PFN/E

Sovente accade che detto indicatore venga utilizzato nell’ambito della concessione di linee di credito d’importo rilevante a medio-lungo termine; più in dettaglio, in tali circostanze la banca esige che, data l’entità della cifra mutuata, il livello di indebitamento complessivo dell’azienda non superi, nel tempo, una determinata percentuale rispetto ai mezzi propri, in quanto detto superamento sfocerebbe in gravosi squilibri finanziari, tali da rendere difficoltosa la restituzione del prestito concesso.

Per cautelarsi da situazioni del genere, dunque, all’atto della concessione del credito l’istituto bancario pretende la sottoscrizione di un apposito contratto (covenant) in cui viene stabilita una condizione tale che, in caso di superamento delle percentuali di indebitamento indicate nel contratto, la banca abbia titolo per chiedere il rientro delle somme concesse.

Posta in questi termini la questione, non sembrerebbe esserci, per il Commercialista, un rilevante impegno sul piano professionale; in realtà è proprio qui che diviene determinante l’apporto del consulente aziendale, che si esplica nel far sì che, nella stipula del covenant, vengano inclusi gli elementi che possono volgere il rapporto di indebitamento a favore del proprio cliente, in modo tale che vengano tenuti in dovuta considerazione gli asset che riducono il livello di indebitamento, al di là di quelli che sono i meri valori contabili ritraibili dal bilancio.

Continue reading

La posizione finanziaria netta

La crisi finanziaria globale degli anni 2008 – 2010 ha condotto la dottrina aziendalistica ad attribuire una sempre maggiore rilevanza agli indici di performance finanziaria di bilancio, sia a seguito delle restrizioni sul merito creditizio conseguenti agli accordi interbancari di Basilea, sia a causa dell’elevato numero di fallimenti registratisi a partire dal suddetto periodo, fenomeno quest’ultimo che ha condotto in tempi recenti all’elaborazione dei segnali di emersione precoce della crisi aziendale.

In quest’ottica, nel corso degli anni è stata attribuita crescente considerazione, nelle analisi di bilancio, alla posizione finanziaria netta, oggetto di un interessante studio della Fondazione Nazionale Commercialisti.

Il presente contributo vuole definire, in termini estremamente pratici, le finalità e l’utilizzo del suddetto indicatore.

Continue reading

REBOOT

Immagine tratta dal sito picjumbo.com

Nel linguaggio informatico, il termine “reboot” indica il riavvio di un computer, spesso in seguito a un malfunzionamento che ne impedisce la continuità lavorativa; il termine si è affermato con un significato simile anche in campo cinematografico, in riferimento ai film di successo che hanno avuto uno o più seguiti, allorquando viene meno la continuità della precedente serie per ricreare nuovamente la storia originaria, con gli stessi personaggi ma con uno svolgimento degli eventi narrati in modo del tutto o in parte differente.

Insomma, reboot significa ricominciare da capo.

Come molti avranno già intuito, l’emergenza da COVID – 19 a cui stiamo assistendo in questi giorni ci costringerà a breve ad un vero e proprio reboot del contesto sociale ed economico.

In questo articolo si vuole fornire una personale analisi del system reboot a cui assisteremo nei prossimi giorni nel campo economico aziendale, con le conseguenti ricadute con riferimento al finanziamento degli investimenti.

Continue reading

Gli indicatori di allerta della crisi d’impresa (parte terza)

“Money shortage concept”, by Marco Verch

Nei precedenti contributi abbiamo analizzato gli indici di allerta elaborati dal Consiglio nazionale dei dottori commercialisti ed esperti contabili per le imprese “in continuità”; tuttavia, la lettura dell’art. 13 del D. Lgs. 14/2019, al secondo comma, ci pone di fronte al fatto che il CNDCEC è chiamato ad elaborare indici specifici con riferimento:

  • alle start-up innovative
  • alle PMI innovative
  • alle società in liquidazione
  • alle imprese costituite da meno di due anni.

Andiamo ad esaminarli.

Continue reading

Gli indicatori di allerta della crisi d’impresa (parte seconda)

Fonte: Il Sole 24 Ore

Riprendendo la disamina svolta nel precedente articolo, abbiamo visto come gli indicatori di allerta della crisi d’impresa siano stati organizzati nel documento elaborato dal CNDCEC in una forma gerarchica: più di preciso, vanno tenuti in considerazione nel seguente ordine:

  • Patrimonio netto (se negativo scatta l’allerta; se positivo si valuta il DSCR);
  • Debt service coverage ratio (se < 1 scatta l’allerta).

Tuttavia, il CNDEC ha previsto che possano sussistere ipotesi in cui il DSCR possa essere non disponibile oppure ritenuto non sufficientemente affidabile per la inadeguata qualità dei dati prognostici (il tutto, a parere di chi scrive, anche in considerazione della non facile procedura di calcolo dell’indice); orbene, in tal caso si fa ricorso ai valori soglia degli indici settoriali.

In parole più semplici, in alternativa al DSCR si adottano cinque indici, i cui valori di riferimento sono differenziati a seconda del settore di attività. Andiamo a esaminarli:

Continue reading

Gli indicatori di allerta della crisi d’impresa (parte prima)

foto di “David”, estratta da Flickr

Dopo lunghe attese e curiosità da parte degli operatori, il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili ha finalmente pubblicato il documento contenente gli indicatori di allerta per la prevenzione della crisi d’impresa, previsto dall’articolo 13 del nuovo Codice della crisi e dell’insolvenza (D. Lgs. 14 del 12/01/2019). Come previsto dalla norma, gli indici così elaborati dovranno essere successivamente approvati con decreto del Ministero dello Sviluppo Economico.

Com’era ampiamente previsto, gli indici in parola hanno stretta attinenza all’analisi della situazione finanziaria; del resto, come recita un vecchio adagio diffuso tra i commercialisti, “i bilanci si redigono per competenza, i fallimenti si fanno per cassa”. Vale a dire che, nella crisi d’impresa, l’aspetto finanziario è preponderante rispetto a quello economico; un’azienda con buona redditività ma con difficoltà finanziarie potrebbe benissimo trovarsi in situazioni di crisi anche in presenza di incrementi di fatturato.

Nel presente contributo, dunque, si cercheranno di illustrare sinteticamente gli indici elaborati dal CNDCEC, in pendenza di approvazione da parte del Ministero, cercando di razionalizzare e semplificare i concetti esposti nel documento rilasciato il 27 ottobre scorso. La trattazione verterà, in questa sede, sugli indici relativi alle imprese in continuità, rinviando, eventualmente, ad un successivo contributo la trattazione dei cosiddetti indici specifici, riferiti alle start – up e alle PMI innovative, alle società in liquidazione e a quelle costituite da meno di due anni.

Continue reading