fotovoltaico

La valutazione del rendimento degli investimenti (parte 2)

Riprendendo quanto detto ieri, dopo aver calcolato il cash flow al netto delle imposte bisogna calcolare i flussi in uscita relativi ai costi di mantenimento dell’impianto fotovoltaico. In linea di massima ciò è abbastanza semplice, poichè le imprese installatrici stipulano con i propri clienti contratti full service per l’esecuzione dei lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria dell’impianto, che prevedono il pagamento di un canone fisso annuale per una durata prestabilita. A ciò si aggiungano i costi di assicurazione annuale dell’impianto, anch’essi facilmente determinabili sulla base di un adeguato preventivo. I flussi di cassa in uscita devono tuttavia essere depurati del risparmio di imposta conseguibile in base alla deducibilità fiscale dei suddetti costi, ottenuto moltiplicando questi ultimi per le aliquote fiscali IRES e IRAP.

vignetta di Tim Newlin dal sito di schizzi timtim.com
vignetta di Tim Newlin dal sito di schizzi timtim.com

Ora possiamo determinare il cash flow complessivo generato dall’investimento: basta sottrarre dal cash flow in entrata quello in uscita, entrambi considerati al netto dell’impatto fiscale. In tal modo otterremo l’importo annualmente disponibile, da cui dovremo ancora sottrarre quanto dovuto ai finanziatori esterni per la restituzione del capitale preso a prestito e per gli interessi.

Procediamo dunque a sottrarre dal cash flow complessivo annuale la quota di capitale restituito. A questo punto siamo in grado di calcolare il primo indicatore di rendimento, costituito dal Valore Attuale Netto, che consiste in pratica nell’attualizzazione dei flussi di cassa (al netto del capitale restituito) a un tasso pari al costo medio ponderato del capitale.  Qualunque editor di foglio elettronico contiene le funzioni finanziarie necessarie ad eseguire il suddetto calcolo. Il valore così ottenuto fornisce un indicatore in termini assoluti del rendimento dell’investimento che, se positivo, ci dice che i flussi di cassa generati sono sufficienti a remunerare il capitale investito per la realizzazione dell’impianto. Esso ci indica a quanto equivale, oggi, il flusso di cassa futuro atteso scontato ad un tasso pari al costo medio ponderato del capitale investito.

Un ulteriore interessante passaggio è costituito dal calcolo di un altro indicatore, il Tasso Interno di Rendimento, che ci dice in termini percentuali la redditività finanziaria espressa da una serie di flussi di cassa. E’ interessante calcolare questo indice sul cash flow al netto della restituzione di capitale e interessi. Questo valore, anch’esso calcolabile mediante le funzioni finanziarie del foglio elettronico, una volta messo a confronto con il WACC ci indica la convenienza effettiva ad eseguire l’investimento, vale a dire che l’investimento può dirsi conveniente se il suo TIR è superiore al WACC ovverosia se frutta un rendimento superiore al costo medio del capitale investito per la realizzazione.

Ora avete tutti gli elementi per costruire il vostro foglio elettronico. Tuttavia, se proprio vi annoiate, esistono online alcuni siti che fanno il lavoro per voi: uno per tutti è indicato in questo link. Buon divertimento.

La valutazione del rendimento degli investimenti (parte 1)

Spesso ci si domanda come si può giudicare se un investimento possa dirsi conveniente o meno.

vignetta di Tim Newlin dal sito di schizzi timtim.com
vignetta di Tim Newlin dal sito di schizzi timtim.com

In parole povere, interpretando il pensiero comune, un investimento può dirsi conveniente se tramite i suoi frutti è in grado di ripagare interamente quanto si è speso per la sua effettuazione ed è altresì in grado di garantire un flusso di cassa aggiuntivo all’investitore, in modo da consentirgli di incamerare il rendimento di un investimento privo di rischio oltre ad uno spread remunerativo del rischio assunto.

Il problema, piuttosto, sorge quando dalle parole si passa ai fatti, cioè quando si tratta di valutare quanto un investimento possa dirsi remunerativo.

Ad esempio, in tempi recenti si è fatto un gran parlare di investimenti nella green economy, ovvero in impianti che producono energia da fonti rinnovabili (solare, eolico, biomasse, ecc.), anche per via dell’appetibilità derivante dagli incentivi pubblici. Al riguardo, ipotizziamo il caso di una S.r.l. che dispone di un capannone industriale il cui tetto si presta all’installazione dell’impianto in questione; la società è interessata all’investimento poichè sostiene per la produzione ingenti spese nell’acquisto di energia e vuole valutare, appunto, la convenienza dell’investimento in una facility che le consenta non solo di risparmiare sulle spese energetiche ma anche di guadagnare grazie agli incentivi pubblici. Il problema dell’Amministratore è, quindi, quello di disporre di un metodo di calcolo attendibile del rendimento dell’investimento.

Preliminarmente, un chiarimento: il Quarto Conto Energia di prossima emanazione prevede, secondo le parole del ministro Romani, il mantenimento della consistenza degli incentivi sulle installazioni poste sui tetti mentre una drastica riduzione dovrebbe essere prevista sulle installazioni a terra. Sul punto, pubblicherò ulteriori aggiornamenti.

Tornando al nostro esempio, prima di procedere bisogna fissare alcuni parametri e precisamente:

  •  il costo dell’impianto fotovoltaico
  •  le fonti di finanziamento (capitale proprio o di credito o un mix dei due)
  •  il tasso di interesse sul capitale (costo medio ponderato del capitale o WACC)
  •  la durata del finanziamento
  • la producibilità media annua dell’impianto, tenendo conto dei fisiologici cali di rendimento dovuti all’invecchiamento dei pannelli solari
  • la tariffa annua erogata dal GSE al lordo delle imposte (fino al prossimo 31 maggio rimane in vigore il Terzo Conto Energia
  • il controvalore in euro dell’energia scambiata con la rete (nel caso della sottoscrizione di un contratto di scambio sul posto – vedi link al punto precedente) oppure in alternativa il controvalore in euro del ritiro dedicato dell’energia (vedi link Terzo Conto Energia)

In questo modo, tramite l’ausilio di un semplice foglio elettronico, saremo in grado di sviluppare in primo luogo il cash flow lordo atteso, semplicemente moltiplicando per ciascun anno la producibilità attesa per la tariffa GSE applicabile e sommando il risultato al prodotto dell’energia immessa in rete per il prezzo del ritiro dedicato (o, nel caso di scambio sul posto, al prodotto dell’energia scambiata con la rete per il suo prezzo in euro fino a concorrenza dell’energia prelevata per i propri consumi).

Dal cash flow lordo annuale, detraiamo l’impatto fiscale di IRES (27,5%) e IRAP (in base all’aliquota regionale); in tal modo otterremo il cash flow netto da imposte.

Per esigenza di brevità del post, per adesso mi fermo qui. Iniziate a costruire il vostro foglio elettronico: domani vi spiegherò i successivi passaggi.

Il miraggio degli incentivi pubblici agli investimenti

Pare proprio che in Italia non sia possibile dare corso ad una seria politica di sostegno agli investimenti, all’innovazione e all’occupazione.

L’ultima conferma di questa amara riflessione deriva dall’intervento del governo sugli incentivi alle energie rinnovabili, con particolare riguardo alla produzione da fonti fotovoltaiche. Il Decreto interministeriale del 6 agosto 2010, emanato congiuntamente dal Ministero dello Sviluppo Economico e dal Ministero dell’Ambiente, aveva introdotto i nuovi parametri di incentivazione alla produzione di energia fotovoltaica per il triennio 2011 – 2013 (Terzo Conto Energia), consentendo alle imprese interessate di programmare i nuovi investimenti in impianti con la certezza di un sostegno pubblico. All’improvviso, il cambio di rotta.

miraggio: immagine tratta dal blog mikytoo

Con il cosiddetto decreto rinnovabili il governo fissa la “morte anticipata” del Terzo Conto Energia al prossimo 31 maggio, senza peraltro prevedere un periodo transitorio. Risultato? Panico tra gli investitori e gli operatori del settore. I finanziamenti bancari per i progetti già avviati subiscono una brusca revoca. Migliaia di posti di lavoro vengono messi a rischio. Business plan da cestinare. Si moltiplicano le manifestazioni di piazza davanti alle sedi istituzionali. E le giustificazioni del governo non sono del tutto convincenti (si legga l’interessante articolo di Luisa Leone su Milano Finanza).

La storia, purtroppo, non è nuova. Ricordiamo alcuni esempi: già dieci anni or sono, con la Finanziaria 2001, venne varato il “famigerato” credito d’imposta per gli investimenti nelle aree svantaggiate, che consisteva nella possibilità di compensare dai debiti d’imposta, mediante criteri automatici, l’importo corrispondente all’agevolazione concessa sui nuovi investimenti effettuati in zone economicamente depresse. Alla luce delle imperfezioni del meccanismo, che nella sua versione originaria si prestava a non pochi abusi da parte dei soliti furbetti, la fruibilità dell’agevolazione venne interrotta senza preavviso, penalizzando anche i contribuenti onesti e dando luogo al proliferare dei contenziosi tra Stato e contribuente. Con una “nuova edizione” dell’agevolazione, nel 2007 venne introdotto il meccanismo di concessione del beneficio su istanza, parametrando l’incentivo ai fondi accantonati, che, a conti fatti, si rivelarono esigui in rapporto alle istanze, al punto che molti restarono a bocca asciutta o con agevolazioni fruibili in anni ancora a venire, a notevole distanza dall’effettuazione degli investimenti.

Per non parlare poi dei finanziamenti comunitari alle imprese situate nelle aree “obiettivo convergenza”, gestiti dalle Regioni. E’ accaduto spesso che, dopo la presentazione delle istanze di agevolazione, le pratiche rimanessero “congelate” per mesi e mesi negli uffici dei vari dipartimenti regionali, con tanti saluti alla possibilità di intraprendere rapidamente iniziative economiche capaci di creare sviluppo e occupazione.

Mi sento di dare un consiglio ai giovani imprenditori e alle imprese in start-up: alla luce di quanto detto, non subordinate la vostra iniziativa economica all’ottenimento di agevolazioni statali e comunitarie, ma impostate piuttosto una corretta struttura finanziaria, con una equilibrata ripartizione tra capitale proprio e di credito in rapporto agli investimenti da effettuare. Se siete portatori di idee innovative, pensate anche a forme alternative di finanziamento come il venture capital , i business angels o le business associations (per queste ultime, ecco alcuni esempi: BaiaBTI e Camera di Commercio di Torino). Se poi doveste anche riuscire ad accedere a finanziamenti pubblici, tanto di guadagnato.