La contabilità dei costi

La recente conclusione della “campagna bilanci” 2010 ha dimostrato, qualora ce ne fosse bisogno, che la crisi economica persiste e si ripercuote pesantemente sui risultati d’esercizio delle imprese, caratterizzati da una generale contrazione dei ricavi e da un conseguente aumento dell’incidenza dei costi.

Si leva con forza il lamento degli imprenditori sulle difficoltà di mantenimento della propria quota di mercato, a fronte del sostenimento di costi che sembrano essere fuori controllo. Su questo, a mio parere, è il momento di fare una riflessione.

Infatti, se è vero che in tempi di crisi è arduo incrementare i livelli di fatturato (salvo i rari casi di aziende che riescono ad operare in controtendenza grazie soprattutto al perseguimento di politiche di innovazione), è invece possibile quanto meno recuperare efficienza utilizzando le classiche tecniche di controllo di gestione. Ho già parlato dell’importanza del budget, in questo post voglio soffermarmi sull’introduzione della contabilità analitica dei costi nelle PMI.

Il principale scopo di questa tecnica manageriale è, a livello pratico, l’individuazione del costo unitario del prodotto o del servizio realizzato dall’impresa, da cui è possibile trarre successivi spunti di riflessione per l’impostazione di strategie e politiche aziendali.

Sinteticamente (e salvi comunque maggiori approfondimenti sul tema), per poter realizzare un sistema di contabilità analitica dei costi, bisogna suddividere l’organizzazione aziendale in centri di costo, cioè in sub – sistemi  destinatari di risorse finanziarie assegnate in base a un budget, posti sotto la responsabilità di un manager, caratterizzati da omogeneità di output e a cui devono essere imputati i costi dei fattori produttivi utilizzati. Se la definizione appare complessa, un esempio chiarirà le cose (aprite il link).

Posto ciò, dovranno successivamente essere identificati i centri di costo produttivi di effettivo output finale, distinguendoli da quelli che effettuano una attività meramente ausiliaria in base ad una logica fornitore – cliente, che cioè non producono output finale bensì beni o servizi utilizzati da un altro centro di costo. Ad esempio in una fabbrica di prodotti chimici il laboratorio che esegue analisi e/o prove sull’output realizzato dai centri di costo produttivi è un tipico centro di costo ausiliario.

Vi sono poi i centri di costo comuni, ossia quelli che producono costi la cui utilità è riferita all’intera organizzazione e non ad un centro in particolare. Ad esempio ciò attiene al reparto amministrazione, in cui viene tenuta la contabilità civile, fiscale e del lavoro riferibile all’intera azienda. E’ chiaro che i costi sostenuti da questa struttura non sono imputabili a questo o quel particolare centro produttivo ma all’intera organizzazione.

Una volta organizzata l’azienda in centri di costo, è possibile impostare un sistema di contabilità manageriale di tipo “full costing” che tenga cioè conto di tutti i costi sostenuti dalla struttura, ossia dei:

  • costi diretti, immediatamente riferibili al centro di costo, quali ad esempio la manodopera, le materie prime, l’energia direttamente impiegati nella fabbricazione del prodotto;
  • costi indiretti, cioè costi che, pur non avendo una connessione oggettiva con il centro di costo, sono ad esso riferibili, appunto, in via indiretta; tale è, ad esempio, l’ammortamento del fabbricato in cui si svolge la produzione, riferibile ai singoli centri di costo solo attraverso valutazioni soggettive quali i metri quadrati fisicamente occupati da ciascuna linea produttiva (cioè una percentuale della quota di ammortamento andrà riferita al centro di costo A, un’altra al centro di costo B e così via fino a raggiungere il 100%).

Infine, si attribuiranno a ciascun centro tutti i costi diretti da esso sostenuti oltre alla rispettiva quota di costi indiretti; poi, seguendo un criterio rigidamente di causa-effetto, verranno ribaltati sui centri produttivi tutti i costi diretti e indiretti sostenuti dai centri funzionali e ausiliari fino a determinare, secondo lo schema riportato nel grafico, il costo di ogni singola unità di output:

calcolo del costo pieno di prodotto
Calcolo del costo pieno di prodotto

Una volta acquisita l’informazione, questa costituirà la base di riferimento per decisioni strategiche, quali mantenere o meno una determinata linea di produzione, aumentare o diminuire la produzione o il prezzo di un determinato prodotto, e così via.

E’ chiaro che l’argomento è complesso e meritevole di approfondimenti. Ciò che ho voluto sottolineare è che anche le PMI, in questo particolare momento di congiuntura economica, devono iniziare ad impostare rigorose politiche di controllo di gestione per uscire dalla crisi, in quanto continuare a “navigare a vista” può davvero costare caro.

 

 

 

6 Responses

  1. Ciao Francesco, ho letto con attenzione ed interesse il tuo articolo che condivido integralmente. Aggiungerei che la vera difficoltà in un periodo del genere è soprattutto il controllo dei costi indiretti, la loro corretta “misura” al fine di determinare un output che non soffra di eccessiva soggettività o emotività nell’imputazione degli indiretti e che al tempo stesso ti faccia restare competitivo coi prezzi finali. Anche perché negli indiretti (ma sarà poi davvero così….?), sarebbe ora di considerare il costo “effettivo” del denaro che, su base annua, sposta e non di poco le risultanze economiche e di competitività operativa. Secondo le mie esperienze, naturalmente…
    Ciao e complimenti!

  2. Grazie del tuo commento. Il costo del denaro è un argomento che merita approfondimento: nella mia esperienza l’ho tenuto in considerazione in una contabilità gestionale articolata per centri di profitto (produzione su commessa), imputando ai costi del singolo centro gli interessi di sconto delle operazioni di anticipo delle fatture relative agli stati di avanzamento della commesssa.

  3. quindi lo hai considerato e trattato alla stregua di un costo “diretto”…cosa che nella maggioranza dei casi condivido…

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